posted by heteronymos @ 13:15 - lunedì, 14 marzo 2005

NEI LUOGHI DI UN' INFANZIA INCANCELLATA

Hotel Cappello d'Oro

 

In questa notte bianca, senza fine,

dopo i piaceri e dopo le carezze

hai messo a nudo le ferite amare:

l’ombra d’un padre despota ed ambiguo

è scesa inesorabile tra noi,

scoprendo il tuo indicibile segreto.

Nei luoghi di un’infanzia incancellata

racconti, inerme, le tue antiche pene,

sciogliendo reticenze ed incertezze

di chi sognava dolci trasparenze.

L’immagine del padre ti minaccia.

Vorrei che la sua legge fosse cenere...

Vorrei che tu non mi legassi mai

al suo sembiante ed alla sua parola.

Vorrei che tu mi ritrovassi altrove:

tra i gatti, le pantere e le orchidee...

Lontano dagli orrori del comando -

come un bambino, fragile e tenace -

combatterò, giocando e guerreggiando,

le logiche ammorbanti del peccato:

i cupi deprecabili dettami

d’una morale ipocrita ed antica.

Coglimi presto, Giulia, senza indugi,

come se raccogliessi un frutto o un fiore,

ignorando, sovrana, le radici...

Coglimi presto, amore! Già domani,

ne sono certo, sarà troppo tardi.

Conoscerai le nebbie della colpa:

sarcofago dei sensi e del piacere,

matrice oscura d’un rinnegamento

che annichilisce l’estasi ed il sogno.

Pantera rosa, sgomina ed uccidi

i torvi Generali che hanno invaso

ed alterato la tua mente! Insorgi,

e calpesta gli altari della Norma!

Vola lontano, vola, vita mìa,

fresca e leggiadra come un bianco cèrilo!

Solo così, lo sai, leggeri e liberi,

potremo amarci e prenderci per mano.

 

      

FONTI  E  RICHIAMI

 

“Il rapporto con il padre è caratterizzato da una peculiare ambivalenza. Il padre stesso costituiva un pericolo” (...) “Lo si teme quindi non meno di quanto lo si desideri ardentemente e lo si ammiri”.

S. FREUD, L’avvenire di un’illusione, in Opere, Boringhieri, Torino 1978, volume decimo, p. 454.

 

“Il parricidio è (...) il delitto principale e primordiale sia dell’umanità che dell’individuo. In ogni caso è la fonte principale del senso di colpa”.

S. FREUD, Dovstoevskij e il parricidio, in Opere, Boringhieri, Torino 1978, volume decimo, p. 527.

 

“Edipo presuppone una straordinaria repressione delle macchine desideranti”.

G. DELEUZE - F. GUATTARI, L’anti-Edipo, Einaudi, Torino 1975, p.4.

 

“Fate rizoma e non radice (...). Non evocate un Generale in voi! (...). Siate la Pantera rosa, e che i vostri amori siano ancora come la vespa e l’orchidea, il gatto e il babbuino”.

G. DELEUZE - F. GUATTARI, Rizoma, Pratiche, Parma 1977, p. 64.

 

                                    “ (...) Oh, fossi io un cèrilo,

                                    che sul fiore dell’onda, insieme alle alcìoni vola”.

                                    ALCMANE, 3, 2-3, in Lirici greci, Garzanti, Milano 1990, p.223.    


posted by heteronymos @ 19:29 - sabato, 12 marzo 2005

PAURA DEL CRIMINE E POLITICHE DELLA SICUREZZA

 

 

         Già alla fine degli anni settanta, nel famoso Rapporto Peyrefitte (“Réponses à la violence”, Paris 1977), si cominciò a distinguere tra crimine e paura del crimine: come è stato più volte rilevato, non sempre la paura sociale diffusa del crimine è direttamente proporzionale alla sua consistenza e alla sua proliferazione effettiva. In ogni caso, paura e “bisogno di sicurezza”, per dirla con lo storico Jean Delumeau, rappresentano un effetto inevitabile dei processi di modernizzazione, all’interno dei quali la dicotomia tra garantiti e non garantiti viene spesso estesa e rafforzata, sul terreno sociale, da un dualismo comportamentale che divide i “minacciati” dai “minaccianti”. Non sempre i minacciati – i cittadini “sicuritari”, come sono stati definiti – vivono entro i confini della legalità: spesso essi chiedono, implicitamente, una sorta di impunità per i loro reati abituali (frode fiscale, lavoro nero, reati ecologici, affitti in nero, prezzi da strozzinaggio, eccetera), ed al tempo stesso chiedono a gran voce una intensificazione delle misure repressive e poliziesche nei confronti della micro-criminalità diffusa e delle condotte socialmente pericolose (furti, aggressioni, vandalismi, comportamenti anomici o devianti, eccetera).

         Paura del crimine e bisogno di sicurezza sono oggi, in tutti i paesi occidentali, un oggetto politico privilegiato: un tema centrale delle campagne elettorali, a destra come a sinistra. Si potrebbe dunque dire, in maniera un po’ schematica, che il modo di organizzare e di far funzionare gli apparati di polizia rappresenta un cavallo di battaglia di ogni strategia politica prodotta dai partiti dell’arco costituzionale.

         Non credo inutile, in questa congiuntura, una breve riflessione, storica e critica, sul tema della polizia. Nel pensiero politico del Settecento, quando, in maniera esplicita, la popolazione – la sua salute e il suo benessere – diventa l’epicentro dell’azione di governo, anche il concetto stesso di polizia viene profondamente rinnovato. Il Von Justi, nei suoi “Elementi generali di Polizia” (1756), è stato forse il primo teorico di una nuova struttura e di un nuovo concetto di polizia: non più semplice apparato repressivo – non più intervento esclusivamente finalizzato al rispetto dei regolamenti – la polizia diventa lo strumento di una regolazione, di un controllo e di un governo dei bisogni della popolazione: essa verrà preposta alla tutela della produttività, alla circolazione delle derrate, alla riproduzione degli abitanti, alla prevenzione delle malattie, al mantenimento dell’ordine e della disciplina nei mercati urbani, alla sorveglianza dei costumi e delle condotte, all’apprendistato dei mestieri, e quindi al rispetto delle regole generali della sicurezza privata e pubblica. La nostra modernità ha dunque pensato la polizia come ingranaggio interno allo Stato di diritto, prima, ed allo Stato sociale poi (lo Stato delle assicurazioni, delle tecniche assistenziali, delle pensioni, dell’infortunistica sul lavoro, della medicina sociale, eccetera). Tecniche disciplinari, rieducative, interne ad una logica della risposta sociale al crimine, sono state quindi pensate come complementari alle misure di sicurezza, di carattere sostanzialmente repressivo e punitivo. Risposta sociale e risposta repressiva – disciplina e sicurezza – che il pensiero politico moderno ha spesso considerato come strategie complementari, rischiano oggi di venire disarticolate, a tutto vantaggio di un privilegiamento del secondo termine sul primo.

Un esempio su cui meditare: l’affermarsi delle polizie di comunità - community policing, CP - in alcune grandi città americane, come Chicago. Polizie comunitarie, polizie di quartiere, polizie locali – aperte alla partecipazione attiva dei cittadini – hanno ricevuto un forte incremento dallo stanziamento di consistenti fondi federali, distribuiti ad hoc ai commissariati. L’esperimento, guidato dal sindaco Richard Daley, ha funzionato. Con due risultati evidenti: uno positivo, a nostro avviso, ed uno negativo. La paura del crimine, tradizionale ostacolo alla socializzazione ed alla vita comunitaria, ha trovato, nell’istituzione delle CP, un nuovo motore di integrazione sociale e di rinnovamento civico. Ma la medaglia ha un suo rovescio, per noi inquietante e temibile: gli investimenti destinati al rafforzamento dell’ordine pubblico – e quindi alla formazione delle CP come luogo di democratizzazione delle funzioni repressive – ha prodotto una drastica diminuzione delle risorse destinate a programmi di reintegrazione sociale, a vantaggio dei non garantiti, degli emarginati, dei devianti, degli esclusi. Di qui un paradosso, così sintetizzato da Salvatore Palidda, in un suo bel libro (Polizia postmoderna, Feltrinelli): “Le scelte unilaterali a favore della sicurezza e a discapito delle risposte sociali non solo sono più costose a breve, medio e ancor più a lungo termine, ma non possono produrre la rassicurazione e la protezione da tutti invocate”. Sarebbe auspicabile – ma sono molto pessimista al riguardo – che il nostro ceto politico riflettesse responsabilmente e con lungimiranza su queste spinose contraddizioni.

 

 

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posted by heteronymos @ 20:17 - giovedì, 10 marzo 2005

I DELITTI DEI GIOVANI E L'AUTOCRITICA DEGLI ADULTI

 

         Delitti giovanili spietati, rivolti spesso contro i familiari: difficilmente interpretabili, apparentemente privi di movente, oppure, in certi casi (penso alla ben nota vicenda di Maso), riconducibili ad un movente assolutamente sproporzionato all'entità e all'efferatezza del gesto.

Su questo delicato tema vorrei riuscire ad avviare un dialogo a più voci, aperto ed estraneo ad ogni logica istituzionale: non tanto (o perlomeno non soltanto) un dialogo tra addetti ai lavori, quindi, ma uno scambio di opinioni anche e soprattutto tra coloro che, in una qualche misura, sono stati toccati, direttamente o indirettamente, dalla devastante ed enigmatica realtà del delitto giovanile.

 

A suo tempo - tutti lo ricorderanno - lo scenario di Novi e la storia di Erika e Omar aveva turbato le nostre coscienze. E aveva turbato, innanzitutto, la coscienza dei giovani: soprattutto a causa dell'efferatezza e dell'incomprensibilità del crimine perpetrato.

In realtà i "mostri ragionevoli" - così l'alienista parigino Etienne Georget, nel lontano 1826, definiva gli esecutori di omicidi efferati ed inspiegabili - abitano spesso lo spazio della nostra quotidianità, della nostra normalità, del nostro ambiente familiare e sociale; e proprio per questo fanno paura: non soltanto portano alle soglie della coscienza fantasie distruttive che appartengono ad ognuno di noi, ma le trasformano, entro particolari condizioni, in un gesto estremo, in un'azione concreta, in un crimine.

La spiegazione sociologica, a questo livello, ci dice assai poco. I delitti dei "mostri ragionevoli" si ripetono, in tempi e in luoghi differenti, secondo modalità spesso molto simili tra loro: dal giovane parricida ottocentesco Pierre Rivière, studiato da Michel Foucault, fino ai casi di Maso e di Novi.

Edgar Allan Poe parlava, per casi simili, del deep crime, del crimine profondo, apparentemente gratuito e privo di moventi. Gli alienisti francesi del primo Ottocento, coniavano, parallelamente, nuove categorie nosografiche: mania senza delirio (Pinel), monomania omicida (Esquirol), follia lucida (Trélat). Oggi le categorie sono mutate. Romolo Rossi, ad esempio, per il serial killer Donato Bilancia, ricorre, nella sua perizia psichiatrica, alla "sindrome da narcisismo maligno" (malignant narcisism), spesso applicabile anche a molti giovani assassini: i delitti, qui, trovano la loro spiegazione in una sorta di esigenza di risarcimento da ferite narcisistiche arcaiche. Al di là della differenza delle tipologie, colpisce, in tutte queste vicende, la coesistenza di ragione e follia, la capacità di razionalizzare (o di descrivere razionalmente) l'agìto: e dunque, come avrebbe detto Pinel, l'assenza di delirio.

         Sappiamo, oggi più di ieri, anche grazie a due secoli di pensiero psichiatrico, che il nostro bagaglio pulsionale è abitato da spinte distruttive e da inclinazioni perverse; "l'inferno del nostro inconscio" - uso qui un'espressione di Freud - non è lastricato di edificanti propositi e di buone intenzioni. Lo stesso Freud, non lo si dimentichi, tematizzava, a partire dal 1920, un istinto di morte (Thanatos), che appartiene strutturalmente, insieme ad Eros, alla nostra specie. L'Io, in questa prospettiva, è un costrutto: è il risultato di una mediazione, di un compromesso tra spinte pulsionali (spesso tra loro contrastanti) ed etica sociale dominante. La coscienza morale e l'orizzonte dei valori condivisi (il freudiano Super-io) - i cui primi vettori sono, per il bambino, le figure genitoriali - rappresentano l'unico argine possibile, l'unica maniera, per il soggetto, di trovare un equilibrio con se stesso, con gli altri, con l'ambiente circostante. Riconoscere e filtrare le pulsioni, trasformarle, favorendo così un processo di incivilimento e mettendo in scacco la distruttività che appartiene a tutti noi: questa, a ben guardare, dovrebbe essere sia la finalità esplicita di ogni azione educativa, di ogni strategia terapeutica efficace, sia la premessa di ogni dialogo possibile tra il mondo adulto e l'adolescenza. Solo in alcuni soggetti - criminali spietati, folli omicidi, giovani assassini, omicidi seriali - salta la distinzione, saltano le barriere tra mondo fantastico interno, conscio ed inconscio, e realtà esterna. La psicologia di tali soggetti, tra loro assai diversi, è dominata dall'acting out, dalla acted sadistic fantasy; presenta, dunque, un denominatore comune: una lacerante dissoluzione dei confini tra fantasie distruttive interne e mondo esterno.  

         A ridosso dei fatti di cronaca che vedono i giovani come protagonisti di azioni delittuose, spesso efferate, si moltiplicano, nei giornali e nei dibattiti pubblici, gli inviti al dialogo: si sollecitano adulti e famiglie a "dialogare" con i bambini, con gli adolescenti, con i giovani.

Per evitare che questi richiami alla necessità dell'ascolto e del dialogo, in se stessi ineccepibili, mettano capo ad una retorica vuota ed inutile, mi sembra lecito porsi qualche interrogativo preliminare. In quale misura i genitori, e, più in generale, il mondo adulto, sono in grado di aprire e di sostenere questo dialogo? Esistono, oggi, nel mondo adulto, valori condivisi e profondamente radicati che possano favorire l'efficacia e la produttività di tale dialogo? Vorrei invitare il lettore di questo blog ad uno sguardo d'assieme, lucido e disincantato, su alcuni dei cosiddetti "valori" dominanti, su alcuni dei cosiddetti valori condivisi della nostra vita collettiva: la corsa al danaro, l'accesso ai simboli di stato, ai gadget, ai consumi, la logica dei rapporti di potere, la spinta ad "apparire", il tentativo, spesso patetico, di diventare uniformi, tutti eguali, "conformi alla regola", come diceva Nietzsche; ma non solo: nella famiglia media, "normale", troviamo molto spesso la paura delle emozioni, l'anestesia degli affetti, la difficoltà a riconoscere e a dare spazio ai sentimenti, alla passione amorosa, alle ambivalenze, agli alti ed ai bassi, alle luci ed alle ombre, ai piaceri e alle disillusioni che tutte queste dimensioni fatalmente implicano.

Questo mondo anestetizzato ed emozionalmente povero, vuoto, terribilmente vuoto sul terreno dei valori - e quindi incapace di incanalare e di mediare le pulsioni aggressive - è il brodo di coltura della incomunicabilità, della violenza, del gesto trasgressivo ed efferato. Aprire il dialogo con i giovani, predisporsi, dentro e fuori dalle famiglie, alla comprensione e all'ascolto, dovrebbe implicare, da parte dell'adulto, un atto di coraggio: una radicale autocritica, una reale capacità di mettersi in discussione, una effettiva disponibilità ad evidenziare la nostra complicità - la complicità di noi adulti - con questo disperante vuoto di valori; un vuoto che marchia a fuoco la vita delle nostre istituzioni, dei partiti, della politica, oltre che la vita quotidiana e familiare.

In tanti anni di attività didattica, prima nella scuola secondaria, poi nell'università, ho verificato personalmente la necessità imprescindibile di questo atteggiamento autocritico: se si vuole avere qualche possibilità di accedere al mondo interno dei giovani con cui si entra in contatto, occorre mettere anzitutto in gioco e in discussione se stessi.

Il cosiddetto vuoto di valori, a torto considerato come appannaggio del mondo giovanile, non è che lo specchio disperante del vuoto di valori che scandisce la vita individuale e collettiva degli adulti. Solo a partire da questa tragica consapevolezza sarà forse possibile aprire un dialogo: un dialogo capace di migliorare entrambi gli interlocutori.

 

 

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posted by heteronymos @ 09:37 - mercoledì, 02 marzo 2005

UNO-MOLTI (3)  -  LA ROTTURA

Continuo questa riflessione, già avviata anche nel blog di Loredana Lipperini, sul tema della "molteplicità" che ci caratterizza. La concezione unitaria e monolitica dell'Io è stata ed è foriera di intolleranza, di chiusura, di incomprensione nei confronti dell'altro, del diverso. Se non so guardare all'alterità che c'è in me non posso accedere all'altro che mi sta di fronte. Non so fino a che punto il blog è un territorio favorevole a questo genere di riflessioni. Vedremo. Ricevo, in questi giorni, confidenze amichevoli, di vario genere e di varia "intonazione", relative alla rottura, alla rottura dei rapporti amorosi. E' sorprendente constatare come dopo una rottura amorosa in una stessa persona convivano, nell'ambito di un limitato lasso di tempo, sentimenti e stati d'animo molto differenti tra loro: dolore, disperazione, reazione rabbiosa, rimozione, tentativo di capire, capacità di mettersi in discussione, tendenza irrefrenabile a scaricare sull'altro tutte le "colpe", tutte le responsabilità della rottura stessa...In queste situazioni l'Io diventa davvero un caleidoscopio: una realtà incoerente, un insieme frammentato, un teatro dove si alternano posture e reattività diferenti, a volte addirittura contrastanti...Ho deciso, assieme ad un mio amico che vive a Parigi, di scrivere un breve saggio su questo tema: uno-molti, rottura, ferita identitaria, eccetera... Un testo illuminante sulla questione: La fuggitiva di Marcel Proust (noto anche come Albertine scomparsa), con il suo strepitoso inizio:

" La signorina Albertine se n'è andata! Come, più della psicologia stessa, la sofferenza la sa lunga in materia di psicologia! "

Non vogliamo scrivere un saggio libresco, erudito: ma qualcosa che rappresenti una sintesi tra le nostre esperienze personali, le nostre riflessioni e le nostre letture...Mi piacerebbe che qualcuno diventasse interlocutore del nostro progetto, con idee, suggerimenti, esempi... La rottura, lo si sa, è un tema (un'esperienza) che interessa tutti. Ora ho messo questo messaggio nella classica bottiglia. Ho gettato la bottiglia nell'oceano della blogosfera...senza facili ottimismi.