posted by heteronymos @ 00:38 - martedì, 30 ottobre 2007
    FETICISMO

Calze di seta nere e ricamate...

soltanto la malìa della tua pelle

farà risplendere, senza pudori,

questo feticcio arcano e incantatore.

Il ricamo leggero che lo adorna -

un solo fiore sopra la caviglia -

m’innonda d’una gioia sconosciuta:

Un fiore avvelenato, una chimera, 

un simbolo di magiche fusioni

di fantasie segrete. Inconfessabili.

Fiore selvaggio di profano amore,

io non rinnego la lussuria e il gioco:

non il gioco segreto, pieno d’ombre

e di menzogne, timoroso, ambiguo,

ma quello dirompente, condiviso

dagli amanti. Sovversione feroce,

contro i vicoli ciechi e la paura,

contro il gelo cristiano della colpa.   

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“fin ch’è in atto, la lussuria

è spergiura, assassina, feroce, carica d’infamia,

selvaggia, violenta, brutale, assassina, infida;

non appena goduta, subito disprezzata;

dissennatamente cercata, e, non appena avuta,

dissennatamente odiata”.

SHAKESPEARE, Sonetti, 129

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“In mancanza di gioco, sono ricondotto nella prigione

degli oggetti utili e carichi di senso”

G. BATAILLE, L’esperienza interiore

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Sollevò la gonna più su dell'orlo delle calze: la gamba, le giarrettiere fiorite,

le calze e la biancheria, tutto era di lusso: con il dito mi indicava la carne

nuda. Alla fine ero turbato [...]. Con le calze appariva ancora più nuda” 

G. BATAILLE, L'azzurro del cielo

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[ripubblico qui sotto la poesia "Tradimento" da me cancellata per errore

assieme ai 54 commenti che la accompagnavano]

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TRADIMENTO

La sua amicizia incerta, inaffidabile, 

la sua parola delirante, lucida,

il suo sguardo incalzante, dionisiaco,

la sua panica e sfrenata cupidigia,

che tu hai raccolto, paga, senza amore:

quattro crudi riflessi, quattro specchi

tremanti, quattro icone che raccontano -

scolpite, incorruttibili - le trame

astratte del tuo duplice erotismo.

L’ho capito vedendo, in quegli specchi,

i vostri corpi nudi, aggrovigliati:

non eri tu, stanotte, la mia complice!

L’unica complice - oblativa, folle -

era la mia passione, verde e inquieta:

assorbita, stregata dal tuo corpo.

L’ho capito vedendo, in quegli specchi,

lo spazio vuoto della mia presenza.

Narciso compiaciuto e inaridito,

contempli, solitaria, la tua immagine:

le tue pulsioni erranti, mascherate. 

Fortezza chiusa. Camera sepolta.

In questa notte gravida di spettri

svanisce lentamente la speranza.

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“Specchi: nessuno cosciente ha descritto

cosa nasconda la vostra essenza”. R.M.

R. M. RILKE, Dai sonetti a Orfeo (II, 3)

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“In verità, io non ti amo con gli occhi,

che vedono in te mille difetti,

ma col cuore, che adora quant’essi odiano,

e a lor dispetto per te delira”.

SHAKESPEARE, Sonetti, 141

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“La vera saggezza, mia cara Juliette, non consiste nel reprimere i nostri vizi, che sono quasi l’unica felicità della nostra vita; in tal caso diventeremmo i carnefici di noi stessi; la saggezza sta semmai nell’abbandonarvisi in modo così coperto, con tali precauzioni, da non poter mai esser scoperti. Ne c’è da temere che il godimento ne risulti diminuito: il mistero accresce molto il piacere”.

DE SADE, Storia di Giulietta

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posted by heteronymos @ 22:17 - venerdì, 19 ottobre 2007

  SILENZIO

 

Silente il corpo, muta la passione...

Spenti i piaceri, vigile il pensiero...

Ho cercato d’amare un’altra donna.

Le sue carezze voluttuose ed abili

hanno sfiorato il vuoto che m’assale.

La sua figura giovane, lasciva,

e le mie membra, divenute oggetto, 

sono dei manichini privi d’anima.

Socchiudo gli occhi e sogno di guardare

le tue mani leggere, il tuo sorriso,

la tua pelle, i tuoi brividi, il tuo sesso,

che si distende - morbido, eccitato,

quasi tremante - sopra la mia bocca...

L’illusione svanisce repentina:

mi ritrovo straniero, indifferente,

lontano dal presente e da me stesso.

In epoche remote, spensierate,

m’appagavano i giochi della carne:

sterili giochi, libertini e cinici,

vani esorcismi della solitudine...

Preferisco le voci del silenzio.

Preferisco pensarti nel silenzio:

vedrò il tuo volto dentro la mia mente...

 

“E adesso la sua partenza,

forzata forse!

Il distacco li divorerà entrambi,

l’angoscia li consumerà, con le ossa”.

B. PASTERNAK, Distacco (1953)

 

“Ti supplico, Eros, acquieta in me l’insonne passione

di Eliodora: abbi riguardo per la mia musa che qui

te ne scongiura! Per il tuo arco, capace di colpire

solo me e che sempre su me lancia i volanti strali,

io ti giuro: se tu mi uccidi, ecco, uno scritto lascerò

che così gridi: ‘O viandante, guardalo,

quest’omicidio d’amore!’ ”.

MELEAGRO, V, 215

 


posted by heteronymos @ 10:29 - giovedì, 18 ottobre 2007

"Il Mattino di Padova", "la Nuova Venezia", "la Tribuna di Treviso"

Mercoledì 17 ottobre 2007

Ibrid@menti

di

Yamina Oudai Celso

[per gentile concessione dell'autrice - filosofa dell'Università di Venezia - riportiamo qui la versione integrale dell'articolo, uscito sulle tre testate sopra indicate con qualche piccolo taglio]

 

L’affollata autostrada telematica lungo la quale circolano oggi più rapidamente e immediatamente umori e malumori, fermenti e opinioni (dal tormentone grillesco dell’antipolitica in giù) è un luogo non privo di un suo appeal esoterico, a partire dal nome: blogosfera. Il web pullula ormai da anni di questa sorta di tecnologici diari on-line –i blog, appunto, più o meno caratterizzati per filoni tematici–, accedendo ai quali i naviganti si confrontano tra loro inserendo testi (i cosiddetti post) o commenti ai medesimi. Meno consueto e per certi versi pionieristico è il fatto che un’istituzione accademica, nella fattispecie l’Università Ca’ Foscari di Venezia, rivolga la propria attenzione verso una modalità di espressione comunemente etichettata come popolare o non specialistica, quale appunto quella quotidianamente praticata dai bloggers. E non è un caso che un simile tentativo di contaminazione di universi linguistici così eterogenei sia sorto nell’ambito della scuola di dottorato in scienze del linguaggio, della cognizione e della formazione della facoltà di Lettere e Filosofia dell’ateneo veneziano, che, in collaborazione con la principale piattaforma blog italiana, quella di Splinder, dal 3 ottobre ha inaugurato Ibrid@menti (http://ibridamenti.splinder.com), il primo blog espressamente destinato a far interagire o, per l’appunto, ad “ibridare”, il popolo dei bloggers col mondo della ricerca universitaria. Gli oltre 10000 contatti totalizzati già nella primissima settimana di apertura hanno decretato un successo largamente al di là delle aspettative, a conferma di come, in un paese desolatamente refrattario alla lettura, il blog assolva ormai ad una funzione analoga a quella un tempo svolta prevalentemente dai giornali, stimolando il dibattito e l’aggregazione di idee. In “Ibridamenti” la gamma dei vari temi di discussione spazia da Cioran all’amore, al mito, alla follia etc., privilegiando però, in consonanza con la sua vocazione “accademica”, la riflessione teorica sui codici linguistici e sulle potenzialità del “medium”, cioè sulle peculiarità insite in quel particolare stile di scrittura praticato attraverso il blog, i cui testi o macrotesti collettivi, “ibridati” via via con l’aggiunta di link e commenti, paiono incarnare essi stessi una sorta di agorà del terzo millennio. Prospettive e primi bilanci dell’esperimento saranno oggetto di analisi nel corso dell’incontro-dibattito di Mercoledì 17, alle ore 16, nella sala principale del Dipartimento di Studi Storici di Palazzo Marcorà-Malcanton, attraverso gli interventi del prorettore Umberto Margiotta, dello storico della scienza Mario Galzigna, dell’antropologo sociale Gian Luca Ligi e della coordinatrice del blog Maria Maddalena Mapelli.


posted by heteronymos @ 16:47 - lunedì, 15 ottobre 2007

    LA SOLITUDINE, L’ALTRO

 

Amante ignara, tu non riconosci

la fiera brama d’essere di chi 

s’è mosso sempre - impavido ed inquieto -

alla ricerca d’un solare incanto,

d’un abbandono immemore e carnale,

vicino allo stupore dell’infanzia:

quando la nostra pelle non ci limita,

ma ci permette di sentire l’altro,

di perderci, silenti, di dissolverci,

entro il tepore della sua presenza.

Avevo riscoperto, insieme a te,

l’osmosi incorruttibile del sogno.

Vicini all’assoluto, ci amavamo,

indifferenti al mondo, come dei.

Travolta dalle trappole del tempo

ora tu fuggi, presa da paura.

Ti soggioga la prosa di quel mondo,

ove t’attende, belva predatrice,

l’anima occulta della solitudine.

Guardala insieme a me la bestia immonda!

Guardala insieme a me, sorella, guardala,

come fosse uno specchio, un sortilegio,

che ti riporta al cuore di te stessa!

Crudelmente, così, ritrovi l’altro:

solo, profondo, senza orpelli e maschere.

Finalmente vicino. Inerme. Forte...

 

 

“Ci aspettano una solitudine e un abbandono. Sì, nella solitudine aperta ci attende anche la trascendenza: le mani di altri esseri soli. Siamo, per la prima volta nella nostra storia, contemporanei di tutti gli uomini” (...). Il sentimento di solitudine, nostalgia di un corpo da cui fummo strappati, è nostalgia di uno spazio”.

O. PAZ, Il labirinto della solitudine

           

“Siamo soli, tacendo ma anche tremando dentro di noi. Questo deve essere trasferito in ogni verso”.

G. BENN, Pietra, verso, flauto


posted by heteronymos @ 22:22 - sabato, 13 ottobre 2007

La barca dell'amore si è spezzata

(13 ottobre 1997) 

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“Come suol dirsi l’incidente è chiuso

la barca dell’amore s’è spezzata contro la vita quotidiana”.

T. MAJAKOVSKIJ, Frammenti (1928-1930)

 

“Proiettato nella quiete,

scorgerò quella riva estrema del tuo essere

e ti vedrò forse per la prima volta (...),

annullata la finzione del Tempo,

senza l’amore, senza di me”.

J. L. BORGES,  Amoroso auspicio,  in Carme presunto

                                               

“Vagava, sola, nella casa (...) come cercando il sentiero misterioso che l’avrebbe condotta ad incontrare qualcuno: o forse una solitudine soltanto,  priva d’ogni pietà e d’ogni immagine”.

C. E. GADDA, La cognizione del dolore

 

Se potessimo ancora parlarci - se non fossimo divisi dalle barriere di un silenzio irreparabile - i miei versi non sarebbero mai nati, oppure sarebbero rimasti nell’ombra, presenti e visibili solo nell’estasi di un’intimità felice: come talora accadde nei nostri anni folli e burrascosi, abitati dalla passione, dagli slanci del pensiero, dagli spasimi del cuore e della carne.

Avevo concepito i miei versi per arginare il lento e inesorabile lavorìo della rimozione e della dimenticanza, le urgenze indefettibili del tempo e della perdita. Forse, in qualche sera piovosa e malinconica, vagando, sola, nella tua casa - presa dallo sgomento di un’improvvisa ed inattesa solitudine - vorrai ancora immergerti nelle mie parole: tracce sanguinanti, segni visibili di un dialogo radicale, bruscamente interrotto, ma sempre vero e possibile.

La poesia - ridando vita e spessore alle rimembranze - può diventare una finestra perennemente dischiusa, che riconduce il nostro sguardo inquieto ai bagliori di una  luce nuova, agli enigmi misteriosi di un futuro indecifrabile, ai percorsi ancora ignoti della speranza e dell’attesa.

Ovunque ci porti la freccia irreversibile del tempo, memoria ed avvenire trovano, nella poesia, il magico spazio di un incontro e di una fusione. Siamo quello che siamo, oggi, anche in virtù della passione che ci ha uniti, quando il peso delle circostanze ed il calcolo delle opportunità ci sembravano fardelli leggeri, sopportabili, irrimediabilmente estranei alle logiche dell’affinità e della passione.

Contro i risibili cascami della concretezza, rivendico le ragioni del cuore e il primato di uno sguardo poetico, capace di illuminare gli uomini e le cose, la bellezza e la caducità ineludibile delle nostre fragili vite. Uniti e indivisi, “l’impulso della volontà, il progetto dell’intelligenza e il volo del desiderio” – erano parole tue – appartengono ad un mondo nuovo e sconosciuto, che insieme avevamo cominciato ad esplorare; un mondo che ho continuato, da solo e con altri, ad esplorare: un mondo ancora possibile, nel quale bruciano e si dissolvono i paradigmi di una ragione astratta e normativa.  

 

 


posted by heteronymos @ 09:23 - lunedì, 08 ottobre 2007

  LO SGUARDO D’UNA BAMBINA

 

Non sei mai stata, questo tu lo sai,

una tranquilla e comoda abitudine.

Fiore rosato carico d’aromi,

preda ribelle di passioni amare:

mi ha soggiogato, nella notte bianca,

la forza delle tua fragilità.

In questa sera ardente, senza tempo,

ho ritrovato la speranza antica

d’un amore nemico degli inganni:

impavido, sicuro, generoso,

immerso in un sereno oblio del mondo.

In questa sera ardente, senza tempo,

ho lacerato regole ed assiomi

d’una parola sterile, lontana:

matema scolorito, senza volto,

ove il tuo sguardo non avrà dimora.

L’umida notte ormai cala sul cielo.

Ridono ai sogni le cadenti stelle”.

Virgilio, vate di malinconia,

dammi la forza di guardare il cielo,

dove le mie paure si dissolvono,

dove il suo volto brilla, senza maschere!

In questa sera ardente, senza tempo,

vedo le sue ricchezze, le sue pene:

le dipendenze amate, calpestate,

le ambiguità, i piaceri, gli abbandoni,

che fanno intravedere, nella donna,

lo sguardo tenero d’una bambina.

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“Et iam nox umida caelo

praecipitat suadentque cadentia siderea somnos”.          

Virgilio, Eneide, Libro secondo, 8-9.

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“Voi stelle,

ma non viene da voi quello struggersi dell’innamorato           

per il volto dell’amata? Lo sguardo che s’interna          

nel volto puro di lei, non gli viene dal puro stellato”?

R. M. Rilke, Elegie duinesi (Terza Elegia).

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posted by heteronymos @ 16:45 - giovedì, 04 ottobre 2007

LUOGHI  DELLA  FESTA

Concerto, moltitudine, ibridazioni, contaminazioni... parole che ricorrono frequentemente nei blog, a definire la nostra "life on line"...
E se provassimo, rischiosamente, a considerare i giochi interattivi della blogosfera come luoghi della FESTA? Come antidoto alla malinconia e alla solitudine?
Propongo, al proposito, qualche acutissima e ispirata riflessione sulla festa, che OCTAVIO PAZ, Nobel per la Letteratura, ci consegna nel suo grande libro "Il labirinto della solitudine":

"Iscritta nell'orbita del sacro, la Festa è, anzitutto, l'avvento dell'insolito. La reggono regole speciali, peculiari, che la isolano e ne fanno un giorno d'eccezione. E con essa si introduce una logica, una morale e persino una economia che frequentemente contraddicono quelle di ogni giorno. Tutto accade allora in un mondo incantato: il tempo è un altro tempo (situato in un passato mitico o in una attualità pura); lo spazio in cui si verifica cambia di aspetto, si stacca dal resto della terra, si adorna e si converte in un luogo di festa (in genere si scelgono luoghi speciali o poco frequentati); i personaggi che intervengono abbandonano il loro rango umano o sociale e si trasformano in vive rappresentazioni, anche se effimere. In certe feste sparisce la nozione stessa di ordine, il caos ritorna e regna la licenza. Tutto è permesso: spariscono le gerarchie abituali, le distinzioni sociali, i sessi, le classi, le corporazioni. [...]. Così, dunque, la Festa non è solamente un eccesso, uno spreco rituale dei beni così penosamente accumulati durante tutto l'anno; è anche una rivolta, un improvviso immergersi nell'informe, nella vita pura. [...] La Festa è un'operazione cosmica: l'esperienza del Disordine, la riunione degli elementi e dei principi contrari per provocare la rinascita della vita".

Il blog come festa dello stile, della libertà di scrittura...Perciò vi propongo la lettura di questo post già uscito da Lessness

LA PAROLA E LA POESIA

Fuori dalla consueta dialettica tra significante e significato. Jean Paulhan, scrive Sollers, si occupava di linguistica, senza parlare di significante e significato. Più precisamente: « Le langage est devenu, après 68, une sorte de question de cours universitaire. Personne, dans la vie courante, n’a la vive conscience permanente qu’il y a un signe, un signifiant et un signifié. […]. Paulhan a eu cette conscience ».
Nella lettera c’è la solitudine dello scrivente e l’ombra dell’altro, il suo spettro. Il segno si accorda alla parola, ed evoca il reale. Nel mondo ibrido dei blog, qualsiasi segno si perde nel mare dell’indifferente. Nei suoi Quaderni Cioran riporta ogni genere di disastri derivanti dal corrispondere con sconosciuti; la propria vita invasa dall’estraneità. L’epistolario, genere non più praticato, è lo scambio di due “identità”. L’alterità assoluta, che rende il mondo virtuale, è la fine della “corrispondenza”. Io entro in “amorosa” corrispondenza per fuggire ad un tempo la prigione solipsistica e il linguaggio dei corpi. Se tutti i corpi parlano “democraticamente” lo stesso linguaggio, ma nella babele linguistica per lo più incomprensibili gli uni agli altri, non resterà come fine (scopo) ad ogni corpo che andare in cerca della propria anima perduta.
« Je sens que les oiseaux sont ivres \ d’être parmi l’écume inconnue et le cieux », oggi che « le vide papier que la blancheur défend » non è più.

 La lettera manifesta una prossimità privilegiata all’evento. O forse è che la parola sopravvive ad un evento, e un amore, senza futuro; l’accoppiamento impossibile tra l’essere e il nulla, la pienezza d’essere e il vuoto d’essere, “entre le vide et l’événement pur” (Badiou). Il fiore appassito non è più quello che era, ma mantiene sempre il suo nome; questo nome si chiama “verità”, la sua lingua  è la poesia, “e io vi trovo sempre più bella, nonostante il tempo che passa”. La verità è, può essere, un accidente dell’essere; in ciò i libri sono la sospensione del mondo. Mallarmé ripete Hegel che ripete Descartes, affermando che ogni parola autentica, o verità di parola, ha il potere, e forse il compito, di negare la dura evidenza dei fatti, delle cose, e contro la forza del contingente far perdurare l’evento. Questo significa aprire un mondo alla soggettività, dove alla durezza del preesistente sia sostituita la malleabilità di un pensiero in divenire.
Se c’è ancora una verità che non è di questo mondo, che questo mondo non ha capito, questo vuol dire che ci si nasconde (e ci viene nascosto) ancora dietro asserzioni di esistenza per impedire il ritorno del soggetto. Affinché ci sia “linguaggio”, occorre un soggetto, che parla qui. Qui, dove? In un mondo che gli permette di apparire.

 
La scrittura diventa l’epifania di un 
soggetto collettivo dell’enunciazione, ma come può un soggetto collettivo enunciare qualsiasi cosa ? Appoggiandosi su una passione e una potenza collettiva o conservando l’eteronomia del soggetto desiderante, il suo andare sempre verso l’altro, il suo essere “altrove” sul mare della verità: “fluidità dell’identità” e “esposizione all’altro”, in presenza di un sentimento nel quale siamo immersi, piuttosto che in un ambiente continuamente mutabile che non scalfisce i corpi degli individui. Il pericolo della caduta è qui un materialismo virtuale che trascini tutti i corpi nello stesso flusso desiderante indifferenziato. Si tratterà, invece, di uscire definitivamente dalla prigione del corpo-ambiente-virtuale, in vista di un mondo trans-virtuale-poetico, ancora da definire. Una parola-sonora, una parola-corpo, ma anche una parola-dialettica tra “creatività e follia, tra invenzione e déperdition”, sempre preservando alla scrittura il suo spazio silenzioso.

 Link su lessness: Eteronomia I e II

postato da: alfred58
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posted by heteronymos @ 15:54 - lunedì, 01 ottobre 2007

Ho tradotto queste paginette di Cioran, nella convinzione che la "mania epistolare" di cui parlava il grande scrittore rumeno abbia qualcosa a che fare con la logica della connessione che anima oggi la rete e la blogosfera...

Varrebbe forse la pena discuterne.

heteronymos

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E. M. CIORAN

 

Mania epistolare *

 

Avendo avuto la fortuna di non aver mai praticato un mestiere e di non aver mai lavorato a libri seri, ho avuto a mia disposizione, attraverso gli anni, quantità enormi di tempo: favore riservato, in linea di principio, ai mendicanti e alle donne. I mendicanti sono in continuo aumento, ma non si degnano di scrivere: quanto alle donne, ora vanno in ufficio, inferno idiotizzante. La lettera come genere è minacciata, poiché sono loro che vi eccellevano. Non si riesce a immaginare, oggi, una Madame du Deffand, se non la più grande, certamente la più profonda tra le épistolières. Cieca e insonne, a notte tarda dettava al suo segretario le sue missive, i cui principali destinatari furono Voltaire e Walpole. Non è stato mai detto niente di più acuto sull’esperienza più devastante: quella dell’ennui, privilegio, appunto, di chi dispone di tutto il proprio tempo. Annoiarsi è molto più torturante che far fatica, magari in fondo a una miniera. Annoiarsi significa registrare la nullità di ogni istante, nella certezza che l’istante successivo sarà ancora più nullo.

La lettera, conversazione con un assente, rappresenta un evento fondamentale della solitudine. Cercate la verità di un autore piuttosto nella sua corrispondenza che nella sua opera. L’opera, il più delle volte, è una maschera. Un Nietzsche, nei suoi libri, svolge un ruolo, si erge a giudice e a profeta, attacca amici e nemici, e si colloca, superbamente, al centro dell’avvenire. Nelle sue lettere, invece, si lamenta, è miserabile, abbandonato, malato: un poveraccio. Il contrario di ciò che era nelle sue spietate diagnosi e vaticinazioni, vera summa di diatribe.

  Mi è impossibile rileggere i romanzi di Flaubert; le sue lettere, in compenso, sono sempre vive. Non si dirà la stessa cosa – tragica eccezione – delle lettere di Proust, esasperanti ai limiti del possibile, insopportabilmente complimentose, scritte da un mondano che voleva ad ogni costo nascondere la sua vita. Non sono mai stato tentato di rileggere una sola di queste lettere, mentre i due ultimi volumi della Recherche, le Temps retrouvé – che sono ciò che di più sottile e di più sconvolgente sia stato scritto sull’ignominia dell’invecchiamento – li ho letti e riletti con un’avidità quasi convulsiva.

Lasciamo da parte i grandi esempi. In questo campo, in cui l’indiscrezione è la regola, ognuno ha fatto delle esperienze personali, ed è legittimo parlare di sé senza cadere necessariamente nel peccato d’orgoglio. Avendo avuto il vantaggio, come ho detto, di essere un ozioso, ho scritto un numero considerevole di lettere. In gran parte sono andate perdute, soprattutto quelle della mia giovinezza. Se lo deploro, non è perché avessero il minimo valore obiettivo, ma per il fatto che soltanto tramite loro avrei potuto ritrovare ciò che ero prima del mio arrivo in Francia, all’età di ventisei anni. Poiché mi viene a mancare l’unico mezzo per ricostituire questo personaggio, non ne conservo niente di più che un’immagine astratta. Abitavo in una città di provincia dalla quale scrivevo a un’amica di Bucarest, attrice e … metafisica, lunghe lettere sulla mia condizione di folle senza follia, che è davvero lo stato di chiunque sia disertato dal sonno. Ebbene, quest’amica doveva raccontarmi, alcuni anni or sono, di aver gettato nel fuoco, a causa di un panico molto poco metafisico, le mie elucubrazioni epistolari. Spariva così l’unico documento di rilievo sui miei anni infernali. I cinque libri che avevo scritto in rumeno nella stessa epoca mi sono più o meno estranei e li trovo al tempo stesso vivi e illeggibili. I libri, in fondo, sono degli accidenti; le lettere, degli eventi: di qui la loro sovranità.

  Molto più delle nostre, contano le lettere che riceviamo. Quando, nel 1949, pubblicai il Précis de décomposition, la mia prima opera in francese, nella mia mansarda di un albergo del Quartiere latino ricevetti da una sconosciuta una lettera esaltata sino al delirio e che mi fece dire, lì per lì: “Dopo di ciò, scrivere ancora è inutile. La tua carriera è terminata”. Fu un sentimento di apogeo e di fine. Febbricitante, uscii nella strada con il batticuore, incapace di rimanere solo più a lungo. D’un tratto, la mia esistenza di eterno studente aveva appena acquistato un senso. In quell’occasione, l’autrice della lettera, una provinciale molto giovane che ho incontrato poi una sola volta, mi confidò sulla sua vita dettagli incredibili che non mi è consentito rivelare.

Al fannullone, lo scambio epistolare dà l’illusione dell’attività. Niente lo lusinga di più che portare ogni giorno una lettera alla posta. Per molto tempo ho intrattenuto una corrispondenza senza oggetto con ogni sorta di squilibrati. Ma è in ogni caso con le donne, squilibrate o meno, che lo scambio ha qualcosa di piccante, poiché con loro non si sa mai dove si arriva. Da più di un anno una signora mi indirizzava regolarmente elogi smisurati, ditirambi da farti impallidire di vergogna. Non la conoscevo e non avevo nessuna voglia di conoscerla. Un pomeriggio, in preda ad un accesso di malinconia, avvertii bruscamente il desiderio di ascoltare menzogne gradevoli, rassicuranti, suscettibili di strapparmi agli argomenti, insidiosi e convincenti, del disprezzo di sé. Chiamai dunque la signora. Prima sorpresa: una voce avvolgente, irresistibile. Le dico che sarei felice di chiacchierare un po’ con lei. Un’ora dopo, era davanti alla mia porta. Vedendola, scoppiai a ridere. Il che non sembrò turbarla. Era una vecchia: svitata, piccola, quasi nana, vestita stranamente, che portava, in più, degli occhiali scuri. La feci entrare e la lasciai parlare. In piedi, per quattro ore, mi raccontò tutta la sua vita, con forza, gesti e dettagli (niente venne dimenticato, nemmeno la notte di nozze), e con un talento inatteso ed un linguaggio di volta in volta raffinato e crudo che mi fecero passare dalla costernazione all’intenerimento, e dal disgusto alla complicità. Peccato davvero che io sia il solo ad assaporare queste meraviglie e questi orrori, non cessavo di ripetermi. Inutile precisare che ero rimasto quasi muto per tutta la serata. Per quale ragione dovevo assistere a questa notevole prestazione? A causa della mia morbosa curiosità per gli esseri, a causa della mia mania di scrivere lettere e di rispondere alle lettere che mi vengono scritte. Ora non posso più contare su questa mania. Mi ha abbandonato, e questa diserzione mi ha insegnato, molto più di ogni sorta di sintomi, che devo oramai accontentarmi del ruolo vergognoso di superstite.                                              

 

*E. M. Cioran, Manie épistolaire, « La nouvelle revue française », Octobre 1993, n. 489, pp. 40-43.