Natale 2007
Heteronymos augura di cuore buone feste a tutti gli amici e i lettori di ieri, di oggi...e di domani
----------------------------------------
La Blogosfera: universo in espansione
SOMIGLIANZA E SIMILITUDINE
Esprimo subito, sotto forma di tesi, il mio punto di vista: nella blogosfera vengono riprese e rilanciate, a livelli originali e più radicali, riflessioni e pratiche sviluppatesi in tutto il ‘900 attorno all'intreccio parola/immagine. Per questa schematica riflessione prendo le mosse da un libero uso di alcuni testi di Gilles Deleuze (soprattutto il saggio su Francis Bacon) e di Michel Foucault (scritti vari, e in particolar modo: "Le parole e le cose", "Questa non è una pipa", "La pittura di Manet").
1.SOMIGLIANZA
Nella pittura classica i modi della rappresentazione si sviluppano nell'orizzonte della Somiglianza. La Figura, in quanto presenza affermativa, mima e rappresenta qualcosa a cui essa può rassomigliare, nelle maniere più svariate e differenziate: un modello, un referente originario, una matrice di significati. Il carattere rappresentativo, narrativo e mimetico della Figura si dispiega compiutamente proprio all'interno di questa necessaria e incessante dialettica tra Significante e Significato.
Solo lo straordinario lavorìo della pittura astratta - come scrive Deleuze nel suo grande libro sul pittore Francis Bacon - è riuscito a "strappare l'arte moderna alla figurazione", a "rompere la rappresentazione", a "spezzare la narrazione".
2.SIMILITUDINE
In svariati ambiti, la realizzazione visiva contemporanea è fondata sui tratti intensivi e autoreferenziali della Similitudine, piuttosto che sulle dinamiche della rassomiglianza a modelli esterni. La similitudine, come scriveva Foucault commentando Magritte, "si sviluppa in serie che non hanno nè inizio nè fine" e "serve alla ripetizione che vi corre attraverso". La ripetizione, la differenza, la serie, fuori dalla tirannia della rappresentazione, del riferimento obbligato a modelli esterni, a cose, a oggetti del mondo: questi, in breve, gli orizzonti della similitudine.
3.NEL BLOG: SIMILITUDINE & SOMIGLIANZA
Le immagini proposte dai blog coprono entrambi i livelli: quello della somiglianza e
quello della similitudine: assegnerei a questo secondo livello l'immagine del post di “Ibridamenti” – http://ibridamenti.splinder.com/post/14806720/Ibrido – che ha stimolato queste riflessioni (un'immagine postata da "imagesofme":
http://imagesofme.splinder.com/).
Anche nell'incantevole blog di Oyrad - ad esempio – quasi interamente giocato sulla rappresentazione classica, sulla dimensione della Somiglianza – emerge a tratti una particolare attenzione verso figurazioni astratte riconducibili all'orizzonte della Similitudine (si veda, ad esempio, nel il post del 7 gennaio 2006, la presentazione della "Scultura C - 'L'infinito' ", di Fausto Melotti). "Ecco come farei”, scrive Oyrad, immaginando di trovarsi di fronte alla scultura. Ed aggiunge, subito dopo: “Farei così, se dovessi trovarmela davanti anche per caso. Forse avrei anche paura a parlare, o a soffiarle addosso, per paura di farla cadere a terra, pur sapendo che, in verità, e al di là delle apparenze, non è al suolo che la scultura si appoggia, ma a quel pezzetto di spazio al quale si afferra il suo piccolo ricciolo metallico".
Siamo pienamente immersi, qui, nell'orizzonte della Similitudine: linee, spazi, materiale, non rinviano a nulla, non "significano" nulla: costruiscono una figurazione che vive come cosa, come "res" autonoma, che non rinvia ad altro da sè. La Scultura C di Fausto Melotti non si appoggia al suolo: come direbbe Deleuze, è rizoma e non radice...
Un altro blog straordinario, dove l'orizzonte della Similitudine è dominante, è "briciole notturne", di "chiccama" (http://briciolenotturne.splinder.com/). La sua serie di immagini dedicate ai frattali è una preziosa occasione per comprendere concretamente quello che ho definito l'orizzonte della Similitudine. Il rapporto parola/immagine viene qui rovesciato rispetto alle abitudini tradizionali, nel momento stesso in cui i commentatori, opportunamente sollecitati, partecipano a un gioco collettivo, in cui ognuno assegna un nome, un titolo ai tre frattali proposti. E l’immagine, come recita la parte testuale del post, non è preconfezionata: “esiste un programmino, Fractal Explorer, che forse rappresenta una via di mezzo fra la formula statica e preconfezionata e la possibilità di costruzione attraverso un editor di formule autonome e originali. Io uso ancora delle vecchie formule del tempo del dos, che immetto nell'editor di Fractal Explorer, perchè non mi piace che i miei frattali assomiglino a tutti quelli che viaggiano su Internet”.
4.IL BLOG COME "EVENTO"
Scrive Foucault, commentando Panofsky: "Il discorso e la figura hanno ciascuno il proprio modo di essere; ma intrattengono rapporti intricati e complessi" ( Dits et écrits, I, p. 622). Il blog è il terreno di questo intreccio, di questa complessità. E lo è in quanto evento. Il blog costruisce l'evento, la trama degli eventi, laddove discorso e figura riescono molto spesso a ibridarsi. Laddove, a sua volta, la figura è in grado di ibridare la dimensione della Somiglianza e quella della Similitudine.

Ciminiere di Porto Marghera
CIELI SENZA PARADISO
Ricordo le ciminiere di fuoco
tra le ceneri dell’alba. Speranze,
sotto i cieli di un futuro visibile…
Cieli rossastri, senza paradiso,
solcati dagli assordanti clamori
di una guerra senza fine. Crudele.
Speranze. Di chi non vuole soccombere
all’arcano feticcio della merce.
La polvere. Gli odori della chimica.
Il profumo della nostra inquietudine.
La voglia di sognare, di creare
mondi. Contro le trappole del tempo…
----------------------------------------------------------------
Riporto, qui, qualche passaggio tratto dal romanzo L'Assommoir (1877), di Emile Zola. Le citazioni sono relative al capitolo VI, dove il naturalismo visionario dell'autore raggiunge il suo apice nella descrizione della fabbrica di bulloni e di chiodi di Goujet:
- La fucina, come morta, mandava, da un angolo, un pallido bagliore da stella, che faceva sembrare le tenebre ancora più profonde.....
- Anche gli altri operai picchiavano sulle incudini, tutti insieme. Le loro grandi ombre danzavano nel chiarore, i lampi rossastri del ferro che uscivano dal braciere andavano a perdersi nelle tenebre del fondo, nuvole di scintille si alzavano sotto i martelli, splendevano come piccoli soli attorno alle incudini.....
- La macchina a vapore era in un angolo, dietro un muretto di mattoni, e le corregge parevano muoversi da sole, prendere il via dal fondo dell'ombra, nella loro oscillazione continua, regolare, dolce come il volo di un uccello notturno.....
- Una volta o l'altra, ben presto, comunque, la macchina avrebbe schiacciato gli operai...
Nanni Balestrini

“Corriere della Sera”
Lunedì 12 novembre 2007
CARLO FORMENTI
L’ultima provocazione di Balestrini: 2000 copie tutte diverse
Esperimenti. Un suo romanzo stampato secondo le regole dell’ars combinatoria
Umberto Eco: “Addio all’originale e all’autore”
[Riportiamo questo articolo di Carlo Formenti, saggista, scrittore, giornalista e docente universitario molto attento ai fenomeni della rete. Di lui ricordiamo in particolar modo Incantati dalla Rete (Cortina 2000)]
Analizzando le differenze tra il linguaggio dei media tradizionali e il linguaggio dei media digitali, uno dei più noti studiosi di nuove tecnologie, Lev Manovich, insiste sull’impatto “sovversivo” che il principio di “variabilità”, introdotto dal computer, è destinato a esercitare sulla nostra cultura. Per variabilità s’intende il fatto che, visto che ogni prodotto culturale (testi, immagini, brani musicali, ecc.) viene convertito dal computer in “file”, cioè in un insieme di dati numerici, e visto che il software consente di manipolare all’infinito questi dati, l’idea stessa di “opera originale” tende a perdere significato. Le tecnologie digitali, infatti, non consentono solo di generare un numero infinito di copie indistinguibili dall’originale, ma permettono anche di generare, in base alle istruzioni memorizzate dal computer, infinite copie che differiscono dall’originale per uno o più dettagli. Quale di queste opere è l’originale? La risposta è ovvia: tutte e nessuna.
Sulle conseguenze economiche e giuridiche di questa mutazione si sono versati fiumi d’inchiostro; meno attenzione ha ottenuto il suo impatto sulla produzione artistica. Vediamo se avrà più fortuna, in questo senso, l’ennesima provocazione di Nanni Balestrino, poeta e scrittore, co-fondatore di neoavanguardie letterarie (Gruppo 63) e protagonista di ironici “attentati” al mito dell’Autore. Che cosa ha “combinato”, questa volta, Nanni Balestrini? Il termine è da intendersi in senso letterale, visto che si tratta di un lavoro di remix di frasi preesistenti (estratti da atlanti, giornali, romanzi rosa e guide turistiche) “ricombinate”, per l’appunto, a formare un testo narrativo.
Per la verità il progetto era stato attuato per la prima volta ben quarant’anni fa: la prima versione di Tristano fu infatti realizzata, e pubblicata da Feltrinelli, nel 1966 (con l’aiuto di un computer Ibm). Ma allora non fu possibile completare l’impresa, che prevedeva la stampa di copie tutte diverse l’una dall’altra, per l’assenza di tecnologie adeguate. Oggi l’ostacolo è stato superato grazie alle tecnologie della Xerox per la stampa digitale: ognuno dei circa 2000 esemplari di Tristano, che l’editore DeriveApprodi manderà in libreria da domani, sarà diverso da tutti gli altri; saranno, dunque, tutti “numeri uno”, un modo per celebrare, al tempo stesso, il trionfo e la morte del concetto di “edizione numerata”.
La provocazione sembra fatta apposta per suscitare l’entusiasmo di un personaggio che, in tema di ars combinatoria, è uno dei massimi esperti. Parliamo di Umberto Eco, autore di una scoppiettante “Introduzione” che distrugge ogni illusione in merito alla natura “trascendente” di doti quali la creatività e l’originalità artistiche. Rimbalzando fra la cabala ebraica e le ruote di Raimondo Lullo e Giordano Bruno; fra la inquietante metafora borgesiana della Biblioteca di Babele e il vertiginoso numero di parole fra le due e le ventitré lettere (70.000 miliardi di miliardi) che, secondo Pierre Guldin, possono essere generate con un alfabeto di ventitré caratteri, veniamo progressivamente indotti ad ammettere che l’unica, vera forma di creatività possibile è quella di “estrarre” combinazioni originali da “repertori” disponibili.
Sempre Eco suggerisce al lettore tre possibili approcci alla fruizione di questo “romanzo multiplo”: 1) acquistarne una copia e leggerla come se fosse un esemplare unico e irripetibile; 2) acquistarne più copie e divertirsi a confrontare le “biforcazioni” del testo; 3) scegliere arbitrariamente un percorso fra tutti quelli possibili e decidere che “è il più bello”. Se ne potrebbe tuttavia proporre un quarto: acquistare tutte le copie del libro e passare la vita a esplorarne tutte le labirintiche diramazioni. L’ultima soluzione potrebbe forse soddisfare la brama di totalità di qualche personaggio incapace di tollerare la vertigine di una illimitata proliferazione ipertestuale; a condizione di dimenticare che le duemila copie che finiranno in libreria sono un’infima frazione di tutte le combinazioni realizzabili (per la cronaca 197.027.350.430.000) con il materiale di Tristano.
Ciò detto, Tristano può esser letto da un comune lettore come un qualsiasi romanzo? A voler essere sadici, si potrebbe rispondere che dipende dalla copia che vi toccherà in sorte: se le combinazioni “scelte” dal computer si avvicineranno a qualcosa di sensato, potrete magari immaginare qualche frammento di storia. Oppure, accogliendo le riflessioni che Jacqueline Risset sviluppa nella prefazione all’edizione francese del 1972, potete mettere al lavoro il vostro “desiderio di significato”, sfruttando il fatto che gli esseri umani sono capaci di estrarre una “fiction” da qualsiasi insieme di segni con cui si trovino a venire in contatto. In fondo, non facciamo così quando navighiamo in Internet?
BLOGOSFERA
L'IDENTITA' E LA RETE
[Il brano qui riportato fa parte di un articolo che verrà pubblicato in una rivista di etnopsichiatria. L'articolo è dedicato al tema dell'adolescente in rete. Qui ho eliminato ogni riferimento specifico all'adolescenza, al fine di proporre alla discussione considerazioni di carattere più generale]
------------------------------------------------------------------------------------------------
La Rete – soprattutto in alcune sue importanti risorse (le chat e i blog) – mette in scena due polarità spesso complementari, due assetti, due configurazioni psico-antropologiche che mi paiono fondamentali: da una parte, per dirla con De Martino, una “crisi della presenza”, che rischia perpetuamente la dissoluzione e l’annientamento; dall’altra parte la riconquista dell’unità di questa stessa presenza, capace di connettere tra di loro le sue differenti espressioni; da una parte, con le chat, un Sé fluido, multiplo, disperso, frammentato, decentrato, dall’altra parte, con i blog, un’identità ricondotta all’istanza di un Io unitario, coerente, sovrano, creativo, anche se scandito da una molteplicità di registri e di caratteristiche spesso dissimili.
Nel blog, non senza inevitabili narcisismi, non senza perduranti spinte all’affabulazione, alla simulazione e alla dissimulazione (terreni, questi, più consoni alla comunicazione in chat), emerge più frequentemente una ricerca dell’identità, del dialogo, della condivisione: una spinta alla realizzazione creativa, una capacità di riconnettere frammenti dispersi ed eterogenei entro una cornice unitaria.
Sembra proprio questo l’incanto seduttivo della blogosfera. Molteplici prese di posizione accompagnano un testo, un tema, un problema: commenti, opinioni, informazioni, riflessioni, discussioni, reazioni emotive… Nella blogosfera incontriamo testimonianze anonime, firmate con nick-names, ma anche, a volte, testimonianze e testi firmati con nome e cognome.
_____________________
Adesioni empatiche, aggregazioni, interazioni costruttive, discussioni e confronti, dissensi garbati, polemiche bellicose, smascheramenti, denunce, condanne morali, riprovazioni ideologiche, amicizie, incontri amorosi ed erotici, proposte e realizzazioni creative negli ambiti più disparati: questa, in sintesi, la materia prima della blogosfera. Eterogenea, incandescente, dinamica. Al suo interno emergono anche significative e non infrequenti manifestazioni di prossimità, di solidarietà e di condivisione, tali da confortare coloro che vivono ed esprimono in rete stati di prostrazione, di malinconia e di solitudine. Tali da confortare i navigatori esposti alle ferite dolorose della perdita, al vuoto estraniante dell’assenza, alle vertigini spaesanti della mancanza…Accade frequentemente. Attraverso la rete si creano nuovi vincoli. Si ampliano gli orizzonti dell'amicizia e della socialità...
FATE RIZOMA E NON RADICE
Tra un “sistema autonomo” di crescita della conoscenza – come quello descritto da Maturana e Varela (L’albero della conoscenza) – ed un “sistema eteronomo”, preferisco quest’ultimo, in particolar modo nella chiave proposta da Deleuze e Guattari.
Vi cito questo passaggio, che va letto come si legge una poesia: traendo da esso, anche in maniera non sistematica, spunti creativi per la nostra riflessione…
Gilles Deleuze – Félix Guattari
« Mille piani, Capitalismo e schizofrenia »
Cito dall'Introduzione: "Fate rizoma e non radice, non piantate mai. Non seminate, iniettate. Non siate nè uno nè molteplice, siate delle molteplicità! Fate la linea e mai il punto. La velocità trasforma il punto in linea! Siate rapidi, anche stando sul posto! [...]. Non suscitate un Generale in voi. Non delle idee giuste, giusto un'idea [...]. Abbiate idee corte. Fate carte, non foto o disegni. Siate la Pantera rosa, e che i vostri amori siano ancora come la vespa e l’orchidea, il gatto e il babbuino […]. Un rizoma non incomincia e non finisce, è sempre nel mezzo, tra le cose, inter-essere, intermezzo. L’albero è la filiazione ma il rizoma è alleanza, unicamente alleanza. L’albero impone il verbo ‘essere’, ma il rizoma ha per tessuto la congiunzione, ‘e…e…e’. In questa congiunzione c’è abbastanza forza per scuotere e sradicare il verbo essere. Dove andate? Da dove partite? Dove volete arrivare? Sono domande davvero inutili. Fare tabula rasa, partire o ripartire da zero, cercare un inizio o un fondamento, tutto questo implica una falsa concezione del viaggio e del movimento”.
Deleuze non conosceva i bloggers. Non ci conosceva. Ma sembra che parli per noi
quando dice: siate delle molteplicità, fate rizoma, create delle alleanze...

"FRATTALE: Ente geometrico che presenta una struttura complessa e dettagliata a ogni livello di ingrandimento. I frattali godono della proprietà di invarianza di scala; in altre parole essi sono autosomiglianti, cioè ogni loro piccola porzione può essere vista come una riproduzione su scala ridotta dell'intera figura."
Lauro Galzigna
I FRATTALI: QUANDO LA SCIENZA AFFRONTA L’IRREGOLARE
[Lauro Galzigna, autore di questa nota – biochimico e neuroscienziato dell’Università di Padova – ha appena pubblicato, in forma di e-book, un affascinante saggio transdisciplinare in rete, cioè in “Psychiatry on line Italia”, rivista alla quale ha già collaborato. Il saggio lo potete leggere e scaricare gratuitamente QUI: http://www.pol-it.org/ital/lauro/indice.htm. Questa nota sui frattali è stata scritta per noi prendendo lo spunto da un post di “astrogigi” (“Blogs e frattali”), pubblicato su Ibridamenti martedì 16 ottobre 2007 (http://ibridamenti.splinder.com/tag/il_blog_%C3%A8) ].
Dopo l’aritmetizzazione della geometria ad opera di Fermat e di Cartesio che aveva collegato ogni operazione geometrica al campo dei numeri, avvicinando la concezione geometrica dello spazio con quella numerica del tempo, l’introduzione dei frattali le ha finalmente unificate.
Dopo le dimensioni canoniche, zero, uno, due, tre per specificare geometricamente punto, linea, superficie, solido, la dimensione frazionaria, o frattale, ha permesso di definire le figure intermedie tra punto e linea, linea e superficie, superficie e solido.
Lo spazio include ora, oltre ai numeri naturali, tutti gli altri numeri razionali, irrazionali ed anche immaginari realizzando di fatto la fusione con il tempo che è stata proclamata dalla teoria della relatività.
Lo strumento dei frattali inizia con la formulazione di un algoritmo che, per iterazione, genera strutture geometriche di complessità crescente. L’iterazione è il procedimento con cui si ottiene un’intera successione a partire da un termine iniziale, mentre l’algoritmo si comporta come un programma o software che, introdotto in un certo hardware opportunamente alimentato, ovvero nelle condizioni materiali necessarie, produce una rappresentazione geometrica. Lo sviluppo dello strumento dei frattali è stato in effetti parallelo a quello dei computer di potenza crescente.
I frattali sono così forme geometriche che si aggiungono a quelle classiche (punto, linea, superficie, solido) per la descrizione dei fenomeni spaziali. Il loro algoritmo generativo è composto da un’unità di misura (u) e un valore di lunghezza (N) che tende all’infinito per iterazione, mentre l’unità di misura tende a zero.
Una tipica curva frattale, ad esempio quella che descrive la costa di un’isola, non è una linea, ma nemmeno una superficie, poiché la sua dimensione è intermedia tra 1 e 2. Sua proprietà caratteristica è l’autosomiglianza o invarianza di scala, per cui a qualsiasi scala si ha conservazione della forma e ogni sua piccola parte è immagine ridotta della forma intera.
Sistemi non-lineari complessi, come il moto turbolento dei fluidi, hanno un’evoluzione che dipende dalle condizioni iniziali e che, anche se deterministica, è di natura caotica. Processi di questo tipo, fisici, chimici, biologici sono capaci di originare strutture complesse a partire da algoritmi frattali.
La geometria frattale permette di descrivere quantitativamente le strutture irregolari della natura, ma anche quelle caratteristiche di processi economici, sociali, linguistici e di altro tipo. I modelli frattali si sono così evoluti da quelli regolari (es. curve di Peano e di Helga von Hoch) a quelli irregolari (es. moto browniano) che descrivono eventi casuali e processi caotici.
Sabato 3 novembre 2007
GIULIO GIORELLO
I matti, "più o meno, ragionano tutti"
[ Per gentile concessione dell'autore, riportiamo un articolo di Giulio Giorello, uscito, quasi eguale (come Elzeviro), sul "Corriere della Sera" del 27 luglio 2007. L'articolo recensisce il mio libro "Il mondo nella mente". Lo ritrovate in file pdf QUI: http://www.marsilioeditori.it/rassegna/cds077279169.pdf ]
I matti “più o meno ragionano tutti”, scriveva nel 1805 lo psichiatra francese Etienne-Dominique Esquirol. Aveva portato a termine una straordinaria analisi del comportamento della follia, sottolineando in particolare la profonda affinità tra le varie forme di mania e le passioni che agitano anche la mente delle persone che giudichiamo “sane”: è solo una differenza di intensità a distinguerle. Un tema che in terra tedesca verrà ripreso da Hegel – proprio lui, il teorico della “Astuzia della Ragione” – per cui un residuo di logica si ritrova persino nella più cupa manifestazione di pazzia. Ricordate l’Amleto di Shakespeare? C’è del metodo nella follia del pallido Principe di Danimarca, ed è proprio questo che fa tremare i potenti: cioè, fuor di metafora, le istituzioni preposte al contenimento e alla sorveglianza di tutti coloro che sono colpiti da una qualche “malattia dell’anima”. Come ha osservato Michel Foucault, sono constatazioni come quelle di Esquirol a far nascere il sospetto circa la possibilità di tracciare un netto confine tra Ragione e Follia, e di poter utilizzare la strategia del ricovero non tanto per guarire il “malato di mente”, ma per difendere la società. Lo aveva già fatto intuire lo stesso Freud, quando, nel 1937, aveva confessato che i deliri del malato non gli parevano troppo diversi dalle “costruzioni che noi erigiamo durante i trattamenti analitici”!
Dunque, ha ancora senso pretendere di “curare” i matti? E’ la sfida raccolta da Mario Galzigna nella sua ultima fatica, Il mondo della mente (Marsilio, pp. 1-188, euro 12). Epistemologo, storico della scienza e della psichiatria, l’autore sa bene di formulare le sue tesi decenni dopo che Franco Basaglia ha messo sotto accusa il manicomio come “macchina dispotica, struttura emarginante e apparato
repressivo”, e ha riconsegnato alla “città” tutti coloro che ivi erano “sequestrati”. Ma tale liberazione è solo la premessa della cura. Quest’ultima, però, non va più intesa come repressione medica del comportamento deviante. Si tratta invece di comprendere che il mondo della mente che si pretende “malata” non è affatto incommensurabile con quello della mente “sana”. Proprio la sconcertante affinità messa in luce da Esquirol può indicare il cammino della cura! A lungo, sono rimasti separati in chi cura due atteggiamenti che potremmo chiamare conoscenza e comprensione. La prima è la distaccata osservazione dall’esterno, la seconda è la coinvolgente capacità di provare compassione (forma laica di pietà) per chi soffre. Solo se questi due poli tornano a interagire ci sarà una qualche speranza (e non più l’illusione) della guarigione. E a livello conoscitivo, si formerà una maggior consapevolezza della complessa architettura dell’Io, che potrà rivelarsi non come una sostanza isolata dal resto del mondo ma un nodo di relazione e un insieme di vissuti che rimandano alla stessa realtà oggettiva indagata dalle scienze naturali.
Questa è una prospettiva esigente: ha radici antiche, non solo filosofiche. Ma nelle conseguenze guarda al futuro, non foss’altro perché le difficoltà non mancano in quanto non può che scontrarsi con stratificate tradizioni miranti a “liquidare” drasticamente lo scandalo della follia. Galzigna cita un eretico della psicoanalisi come Wilfred Bion che paragonava i grandi sistemi della psichiatria e della psicoanalisi stessa al Titanic, il bastimento “inaffondabile” che finì col cozzare contro un iceberg. Nel mare tempestoso delle passioni quotidiane abbiamo tutti bisogno – matti o sani – di qualche imbarcazione cui aggrapparci. Ma preferiamo la zattera del folli di Erasmo e di Bosch al transatlantico di una ragione repressiva.




