posted by heteronymos @ 19:24 - lunedì, 16 giugno 2008

Antonio Negri

 

 

Antonio Negri

Fabbrica di porcellana. Per una nuova grammatica politica
Traduzione di Marcello Tarì

Feltrinelli , Milano, 2008, pp.160, €16.00

 

 

Il “secolo breve” è oramai finito e la crisi del socialismo ha trascinato con sé tutte le categorie politiche di una modernità della quale anche il socialismo faceva parte. Occorre un nuovo lessico politico: gli strumenti, i problemi, le ipotesi, i nuovi campi possibili di ricerca per costruirlo.

All’origine di questo libro vi sono due convinzioni. Da una parte, quella che il “secolo breve”, cioè l’epoca che, dal 1917 al 1968, ha cercato di realizzare il socialismo e nella quale abbiamo imparato a pensare, è oramai finita. Dall’altra, quella che la crisi del socialismo ha trascinato con sé tutte le categorie politiche di una modernità della quale anche il socialismo faceva parte.
Tuttavia la speranza, l’indignazione e la volontà di trasformare il mondo si presentano oggi sotto delle nuove figure. Le modificazioni dell’organizzazione del lavoro e le nuove configurazioni dei modi di governare sono profondamente implicate in questa trasformazione radicale della realtà politica e in quella del linguaggio che la esprime.
Biopolitica, biopoteri, discipline, controllo, moltitudine, popolo, produzione di soggettività, guerra, frontiere, dipendenza, interdipendenza, stato, nazione, comune, differenza, resistenza, diritti, potere costituente, governo, decisione sono i concetti discussi – talvolta con asprezza – in questa fabbrica. Occorre un nuovo lessico politico: gli strumenti, i problemi, le ipotesi, i nuovi campi possibili di ricerca per costruirlo.
Per tutta la durata della riflessione compiuta nei seminari tenuti al Collège International de Philosophie nel 2005, Antonio Negri cerca di seguire – con una mai smentita passione – la formazione di un nuovo orizzonte politico: una maniera di definire altre pratiche e altre espressioni della democrazia.

Interessante - anche se non privo di forzature - il tentativo di sussumere, all'interno del suo percorso filosofico e politico, il pensiero di Deleuze e di Foucault: due autori che vengono riproposti come pensatori della differenza, della resistenza e dell'antagonismo. L'analisi dei processi di soggettivazione, sviluppata dall'ultimo Foucault tra il 1980 e il 1984, viene qui utilizzata dentro quella che l'autore definisce una nuova "produzione di soggettività politica e democratica". Una "sfida" politica, morale e intellettuale. Una sfida "che noi abbiamo l'impressione di aver raccolto", dice Negri. Una sfida che pure noi, lettori, siamo chiamati a raccogliere...

Antonio (Toni) Negri (1933), filosofo di formazione, già professore di Dottrina dello Stato all'Università di Padova, esponente di spicco (assieme a Tronti, Panzieri, Alquati) dell'operaismo italiano, fu tra i fondatori di Potere Operaio (1969 ) e quindi uno dei leader di Autonomia Operaia. Accusato nel 1979 di essere la mente occulta del rapimento e dell'assassinio di Aldo Moro, avvenuto nel 1978, fu successivamente scagionato da ogni accusa di legame con le  Brigate Rosse che avevano realizzato il sequestro. All'interno di una complessa e controversa vicenda giudiziaria, egli venne tuttavia condannato -per "associazione sovversiva" - a una lunga pena detentiva.
Scelse la fuga in  Francia, dove  sviluppò importanti sodalizi intellettuali (soprattutto con Gilles Deleuze e Félix Guattari) e dove insegnò all'Università di Paris VIII e al Collège International de Philospphie. Nel 1997 rientrò volontariamente in Italia per scontare il resto della sua pena. Attualmente vive tra Venezia e Parigi.
Negri ha acquisito notorietà internazionale nei primi anni 2000 soprattutto grazie a due libri, che sono diventati manifesti del movimento no global: Impero (Rizzoli 2002) - uscito in prima edizione negli Stati Uniti - e Moltitudine (Rizzoli 2004), scritti con l'ex allievo Michael Hardt e pubblicati, oltre che in inglese, anche in lingua francese, spagnola e tedesca.
Originali e di grande spessore i suoi contributi alla  ricerca filosofica e alla teoria politica, con saggi su Cartesio, Spinoza, Leopardi, Marx, Lenin. 


posted by heteronymos @ 21:57 - sabato, 14 giugno 2008

Roberto Corsi

Roberto Corsi
L'indegnità a succedere
I poeti di Esuvia - EsuviaEdizioni
Via del Castagno, 12 - 50132 Firenze
055 - 2776258 mailto:stazionediposta@libero.it




Un blogger atipico. Un critico musicale, molto attento alla musica classica. Un poeta.
Nella sua poesia, al tempo stesso concettuale e immaginifica, si sviluppa, come è stato scritto dal prefatore, Paolo Codazzi, una sorta di "desiderio intenzionale", che ha per oggetto "un ascolto sinfonico dell'esistenza", laddove il tempo dell'esistenza intreccia, con il tempo musicale, una trama fitta - complessa, a volte enigmatica - di legami e di interazioni.
Il suo blog - blogregular - sperimenta da tempo questa sinergia tra parole e musica, offrendo ai suoi visitatori brani musicali scelti con grande finezza, recensioni e critiche, rinvii letterari. Per i lettori scelgo una breve poesia di questa raccolta, dedicata a Bach.

Allegro assai (BWV 1041)

Cardiogramma ternario,
lo seguo con le unghie sullo schermo.

Come in quel film, come quella Veronica
mi salvo.

E' il vecchio Bach.
Si scioglie, danza.
Vecchio, ma senza bava.
Danza, ma senza corpo.

E' fresca scorza - esala il suo piacere
in ritmi di farfalla.
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Aereo, musicalmente pregnante e cristallino il penultimo verso: un purissimo endecasillabo, seguìto da un efficace e leggero settenario, che richiama il ritmo del terzultimo e del quartultimo verso (entrambi settenari, come il verso di apertura: anch'esso un settenario). Sono versi di rara potenza, che ci restituiscono una delle cifre costitutive della musica bachiana: la sua capacità di mettere assieme leggerezza e profondità.

Roberto Corsi
"Nato a Ferrara nel 1970. Dopo vari spostamenti, nel 1982 si trasferisce a Firenze, ove risiede tuttora. Recensore di musica classica, collabora con quotidiani, testate internet e formazioni orchestrali fiorentine. L'indegnità a succedere è la sua prima silloge, che completa un percorso di maturazione poetica sviluppatosi parallelamente alle sue attività musicali" [dalla quarta di copertina].

[Nessun cenno, qui, alla sua attività di blogger: a quell'attività dove i due percorsi paralleli si incontrano e si offrono alla partecipazione dei commentatori. Ma lo si sa: editori tradizionali, piccoli e grandi, non hanno ancora ben compreso l'originalità e le potenzialità espressive della blogosfera]... 

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posted by heteronymos @ 13:58 - mercoledì, 11 giugno 2008

Benasayag

Miguel Benasayag – Angélique del Rey

Elogio del conflitto

Feltrinelli, Milano 2008, pp. 207, € 16

 

Nella nostra vita pubblica e privata l’idea stessa di conflitto è stata bandita. O, più precisamente, tendiamo a essere intolleranti verso qualunque forma di opposizione e conflittualità, rendendoci di fatto ciechi verso gli aspetti positivi, progressivi, di crescita sociale e individuale che il “conflitto” racchiude (come ben sanno, per esempio, gli psicologi). In questo libro Miguel Benasayag e Angélique del Rey esplorano le radici e gli effetti perversi della rimozione del conflitto dallo scenario contemporaneo: rifiutiamo il conflitto e ci lasciamo invadere dall’ideale della trasparenza, decisi a sradicare ogni ombra, ogni opacità nella nostra relazione con l’altro o con gli altri. Ma questa, osserva Benasayag, è un’illusione pericolosa: così facendo si finisce con l’annullare qualsiasi confronto e con l’aprire la porta ad un uso politico della minaccia del conflitto (minaccia terroristica, ma anche demonizzazione del conflitto sociale, criminalizzazione del dissenso interno ecc.). La rimozione del conflitto, la negazione della sua natura ineliminabile e anzi di positivo corollario dell’esperienza umana, ha in sé il rischio della patologizzazione di ogni contestazione, della criminalizzazione di ogni divergenza dalla norma, e porta con sé l’effetto “stabilizzante” di ogni ideologia totalitaria che, calandosi all’interno di ciascun individuo come dispositivo interiorizzato di autocontrollo, garantisce il compiuto trasferimento della logica del potere dalla sua forma “antica” di potere sovrano alla sua forma tipicamente contemporanea di potere disciplinare.

 

Voglio citare due passaggi significativi del libro. Nel primo viene distinta la logica dello scontro dalla logica del conflitto (distinzione importante, anche per le nostre comunità virtuali). Nel secondo, tratto dalla pagina finale del libro, si sostiene che l’elogio del conflitto – contro ogni tentativo di rimuoverlo, di cancellarlo, di reprimerlo – implica una scelta esistenziale di libertà: un elogio della vita.

 

Ciò che consente di distinguere il conflitto dallo scontro è il fatto che quest’ultimo agisce a un livello molto superficiale del conflitto stesso attraverso un meccanismo speculare di identificazione per opposizione. Da questa dinamica deriva appunto la necessità caratteristica dello scontro di distruggere l’altro per affermare se stessi. Quando parliamo di "identità" in conflitto, nella vita di tutti i giorni come nella vita politica o nella situazione di guerra, si tratta spesso non di conflitto ma di scontro. Il conflitto è irriducibile a uno schema fatto di identità separate e contrapposte, è un tessuto complesso, un intreccio nel quale segmenti differenti si articolano nel labirinto di linee di tensione non necessariamente coincidenti con le identità in gioco in quella situazione”. […] Vi è dunque una radicale irriducibilità del conflitto alla logica manichea dello scontro.

 

 

Il lamento ricorrente per il destino "effimero" delle nostre lotte, l’incessante anelito alla realizzazione indelebile e il loro corollario di inevitabile tristezza e disperazione potranno allora lasciare il posto alla gioia dell’agire. L’irreversibile, lungi dal caratterizzare ciò che è "per sempre", è tutto quanto si dà nell’effimero, al cuore stesso del divenire. Solo nel dispiegarsi delle molteplici dimensioni dell’esistenza la vita può perdurare e può dispiegarsi appieno. Ogni elogio del conflitto parla del conflitto come fondamento della vita. Abbiamo disegnato un grande arco storico e filosofico. Abbiamo iniziato con Eraclito l’oscuro. Possiamo concludere con il luminoso Plotino, che così scriveva nelle Enneadi: "Colui il quale ti attendeva era qui con te, da sempre".

             


posted by heteronymos @ 10:46 - sabato, 07 giugno 2008

OMO/ETEROSESSUALE: UNA DICOTOMIA ARCAICA

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...in segno di solidarietà con il gay pride...

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Eve Kosofsky Sedgwick, Epistémologie du placard, Editions Amsterdam, Paris 2008, pp. 257, € 23 (trad. di Maxime Cervulle)  

Questa è la prima traduzione francese di un testo oramai classico - che ha inaugurato la cosiddetta Teoria queer - uscito nel 1990 a Berkeley (University of California Press) con il titolo Epistemology of the Closet (Epistemologia dell’armadio).

Quando fu pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti,  Epistemology of the Closet divenne immediatamente un classico che, accanto ai lavori di Juduth Butler e di Teresa de Lauretis, gettò le fondamenta della “Teoria queer”. A metà strada tra gli studi femministi ed i gay and lesbian studies, Eve Kosofsky Sedgwick, richiamandosi esplicitamente a Foucault, decostruì la sessualità così come Judith Butler decostruì il genere. In quest’opera, diventata decisamente un punto di riferimento, l’autrice sostiene che l’insieme della cultura occidentale moderna si articola attorno ad opposizioni, e a binarismi che strutturano l’epistemologia contemporanea (omo-eterosessuale, sapere-ignoranza, privato-pubblico, salute-malattia) e che si trincerano spesso dietro un rinvio a presunti assetti “naturali”. Questa edizione francese è arricchita dalla bella prefazione inedita del traduttore, Maxime Cervulle [Cervulle insegna Etudes Culturelles nelle Università di Parigi I e di Lille III ed ha curato il volume collettaneo Identités et Cultures. Politiques des “Cultural Studies” (Editions Amsterdam, 2007)].

Appoggiandosi a numerosi testi – dell’ottocento e del primo novecento [Wilde, Nietzsche, Melville, James, Proust (al quale viene dedicato l’ultimo denso capitolo (pp. 223-257)] – Eve Kosofsky Sedgwick cerca di mettere a fuoco l’emergere dei nuovi discorsi istituzionali (medici, giuridici, letterari e psicologici) che hanno prodotto, attraverso un gioco di rispecchiamento, le figure dell’omosessuale e dell’eterosessuale, a scapito delle molteplici differenze e sfaccettature che vivono nel cuore della sessualità.

 

L’autrice è professore emerito all’Università di New York. Ha pubblicato, tra l’altro:

-         Between Men: English Literature and Male Homosocial Destre (1985)

-         Tendencies (1993)

-         Touching Feeling: Affect, Padagogy, Performativity (2003)

 

Riporto qui un passaggio significativo tratto dalla prefazione di Cervulle:

“In Epistémologie du placard Eve Kosofsky Sedgwick va ad interrogarsi sulle conseguenze interpretative indotte da una lettura “sessualizzata” della cultura letteraria ottocentesca e novecentesca. L’autrice sviluppa delle “letture perverse” del canone occidentale, inforcando deglo occhiali “queer” al fine di stanare, nei capolavori moderni, le turbe sessuali e le crisi definitorie che strutturano la nostra visione di ciò che è la cultura. Questa opera salutare di Sedgwick cambia la nostra rotta e ci costringe a guardare in faccia il grande segreto della cultura occidentale del secolo scorso: la posizione centrale occupata, al suo interno, dalla definizione omo/eterosessuale” (p. 14).    

 

 

[ prendendo spunto dallo scambio tra me e Lefty che ha chiuso i commenti del post precedente, presento qui, in breve, un libro di importanza capitale su questi temi, augurandomi che l'edizione francese del libro di Sedgwick sia una buona occasione per incoraggiare ed arricchire i nostri dibattiti ]

 


posted by heteronymos @ 01:09 - martedì, 03 giugno 2008

OLTRE IL CONTROLLO, LE DEVIAZIONI DAL MODELLO...

[ospito volentieri questo testo dell'amico Pasquale: un testo che mette assieme pensiero, riflessione, umoralità, incazzatura; può essere letto e capìto anche a prescindere dagli eventi che lo hanno provocato]
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Credo che quanto segue sia dovuto.

Per dirla con Foucault, tutti noi siamo individui condannati a passare da un ambiente chiuso all'altro, ciascuno dotato di proprie leggi. E’ il moderno modello di reclusione applicato nella società: concentrare; suddividere nello spazio; ordinare nel tempo; comporre nello spazio-tempo una forza produttiva il cui risultato deve essere superiore alla somma delle forze elementari. Il vero obiettivo di questa società è prelevare piuttosto che organizzare, decidere della morte piuttosto che gestire la vita.

Nuove forze premono alle porte: le forze del controllo. "Controllo" è il nome che Burroughs ha proposto per designare questo nuovo mostro e che Foucault riconosce come nostro prossimo avvenire.

I differenti "internati" attraverso i quali l'individuo passa sono delle variabili indipendenti: ogni volta si presume di ricominciare da zero, ed un linguaggio comune a tutti questi ambienti esiste, sia pure analogico. La televisione mette in scena l'impresa ed il suo sistema di premi.

Nelle società del controllo l'essenziale non è più né una firma né un numero, ma una cifra: la cifra è una mot de passe. Félix Guattari, al riguardo, immagina una città in cui ciascuno può lasciare il suo appartamento, la sua strada, il suo quartiere grazie alla sua carta elettronica (dividuale) che faccia alzare questa o quella barriera. Non ci si trova più di fronte alla coppia massa/individuo. Gli individui sono diventati dei "dividuali", e le masse dei campioni statistici, dei dati.

Eppure io credo che sia l’individuo il destinatario del nostro amore e della nostra aggressione. La rivoluzione si fa sull’individuo.

Le masse sono già perse.

In tutto ciò, purtroppo, bisogna fare i conti con la cultura della “maggiorità”, che implica una costante ideale, una sorta di metro campione in base al quale essa può essere valutata, contabilizzata. Supponiamo che essa sia: uomo-bianco-occidentale-maschio-adulto-ragionevole-eterosessuale-metropolitano-che parla una lingua standard (l'Ulisse di Joyce o di Ezra Pound). Questo uomo può offendere il senso religioso (qualunque esso sia) nelle sue poesie (“ostie consacrate del vino in sangue ai morsi della fame di dio”), violare il rispetto politico (“eversorosso”), vaticinare su tutti. Questo uomo può questo e molto altro.

Io vivo, con disperazione ed entusiasmo, il mio “divenire minoritario”, quello di tutti, divenire potenziale di ognuno a misura di quanto vi sia in ciascuno di deviazione dal modello. Un briciolo di bellezza, un'escrescenza o un vuoto possono bastare, sono degli innesti di divenire.

Non tollero i rappresentanti della maggiorità, gli innumerevoli moti del loro potere, l’appartenenza ad una novella borghesia culturale (occasionalmente digitale), la loro invocazione a lettere dal di fuori, nonostante si tratti di “voci di dentro” e non siano altro che lettere dalla normalità (quella maggioritaria, ovviamente).

Io non le tollero e lo dico. Eventounico, invece, che è assai più ingenuo di me, ma anche molto più appassionato, si incazza e basta.

pasquale
(noto tra i blogger come eventounico)